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Lettura critica di Joseph Tusiani su Spija nGele di Luigi ianzano

Settembre 2016

Prima di arrivare ai molti e grandi pregi del libro di Luigi Ianzano, in un soliloquio piuttosto insolito cerco di spiegarmi le ragioni di un titolo che non mi convince e trovo alquanto strano.

Questo ‘Gele’ di “Spija nGele” lo comprendo e posso anche scusarlo, se non difenderlo, per quella oscillazione fonica in cui incorrono molti parlanti vernacolari. Non so se Ianzano preferisca la benedetta consonante palatale sorda a quella sonora, ma se ‘Gele’ può passare indenne nell’accusativo e nell’ablativo, nel nominativo crolla e cambia significato. “Il cielo di Dio” io devo assolutamente chiamarlo “Lu Cele de Ddi” o non so più dove mi trovo. Questa mia osservazione riguarda il caso, più frequente e abusato, della consonante occlusiva dentale sonora e sorda, come in “tenne” e “tanne”. A meno che non si tratti di impedimento personale, a me piace ‘cantare’ e non ‘candare’. Il lettore è dunque avvisato.

Di un’altra cosa, forse, deve essere informato il lettore. Luigi Ianzano è così puntiglioso nella sua ricerca dei vocaboli più puri e inusitati che formano il sottostrato dei nostri dialetti garganici, così fortunato e ispirato da poterli usare come preziosissime perle brillanti, che finisce col non accorgersi di qualche forzatura d’immagine o qualche fragilità di contenuto. Ma è proprio da tutto questo che vien fuori il pregio maggiore di questo volumetto di versi. Il lettore immediatamente avverte di ascoltare il dialetto sammarchese più fresco, più puro, più genuino, più autoctono che si possa mai sentire. “Autoctono” credo sia l’aggettivo che meglio descrive la singolarità di questi versi. Ci fa pensare a radici remote per la prima volta liberate dal terriccio natio e di esso ancora odorose.

Sia che tratti argomenti di poca rilevanza o s’immerga in profondissimi temi teologici, Luigi Ianzano aggiunge al suo dialetto una vena di lirismo che sorprende e incanta. Oltre ad essere il più grande scopritore d’ogni risorsa letteraria insita nel nostro parlare atavico, egli è, e rimarrà, appunto noto per l’eccezionale ricchezza del suo vocabolario. Come esempio, suggerisco la lettura della lirica che, a mio modesto parere, rivela il miglior Ianzano, “Serenata cujèta”, un piccolo capolavoro di parola e pensiero, di scelto fraseggio e squisito sentimento. Anche quando Ianzano osa coniare termini strani come “laudeja”, “preveteranne” e “ciavarròle”, il lettore ne avverte la magia, sicuro che essi non possono non appartenere a quel solenne e sacro bosco di immutata e immutabile giovinezza.

Mi piace terminare con una, chiamiamola, battuta. Se è vero che dobbiamo scrivere molto perché almeno un poco rimanga, io ho già pronto il poco che di Luigi Ianzano dice moltissimo, il suo “Munne ciucche”. In quattro semplici ottonari abbiamo un’altra schiacciante prova dell’esistenza di Dio:

Crestijane che non crede 
che dassope tè nu Patre
jè nnu cozze che nnon zape 
che ddu cerre sta spruuate

 

Joseph Tusiani, New York, 12 settembre 2016